OmelieOmelie Novembre 2020

1 Novembre 2020 – Tempo durante l’Anno XXXI Domenica (anno A) – Don Samuele

Tempo durante l’Anno – XXXI Domenica A – 1° novembre 2020 – Solennità di Tutti i Santi

 

Sia lodato Gesù Cristo. Sempre sia lodato.

 

Ogni anno, la solennità di tutti i santi, ci offre uno squarcio di paradiso in terra, attraverso questo affresco di letture, che assomiglia ad uno di quei mirabili trittici fiamminghi, dove, in tre scene, viene narrata la ricchezza del Mistero. Ci soffermiamo su ciascuna di queste tre icone, per tentare di cogliere il Mistero della santità, che vuole catturarci e coinvolgerci. Perché non dimentichiamoci che la santità è la nostra vocazione, ed è la nostra identità: ce lo ricorda il Concilio Vaticano II. Ed usiamo tre parole, per descrivere le tre situazioni: testimonianza, figliolanza, beatitudine. Sì, la santità è testimonianza, è figliolanza, è beatitudine.

 

Testimonianza

L’angelo dell’Apocalisse imprime sulla fronte dei servi di Dio il sigillo. “Sigillo“, in greco, si dice “Sfraghis“, il che significa che non è un semplice disegno fatto sulla pelle, non è un “tatuaggio”, ti entra dentro nella carne e nello spirito, è un segno di appartenenza a Dio. Nel mondo agricolo antico “sfraghis” era il segno che il padrone faceva sugli animali, per indicare che quegli animali appartenevano ad un proprietario, erano proprietà di un padrone. “Il sigillo impresso sulla fronte dei servi del nostro Dio” è ciò che noi abbiamo ricevuto nella Cresima: è il segno di appartenenza a Dio. Questo sigillo ti ricorda ogni giorno che non sei più nell’anonimato, né in preda del primo che arriva. Tu sei un testimone, un santo, uno differente, perché sei entrato a far parte di Qualcuno, che ci accoglie e ci fa suoi. Nessuno può vantare il diritto di rapire un cresimato perché ha stampato sulla fronte un segno che dichiara la sua appartenenza ad un Altro. Nel mondo militare antico “sfraghis” era il segno di riconoscimento dei soldati (come la divisa, la bandiera, le stellette …) grazie al quale si riconoscevano i soldati come appartenenti ad uno stesso esercito. Era il segno di riconoscimento in base a cui i soldati si sentivano uniti nella lotta comune per difendere valori comuni per il bene comune. Dunque era un segno di riconoscimento che comportava testimonianza di unità e di solidarietà. La Cresima ci recluta nell’esercito dei testimoni, di coloro, cioè, che si assumono con gli altri testimoni un cammino e un impegno comune. Altro che dire “fatta la cresima buonanotte, non ci vediamo più”. È il momento in cui ci prendiamo ancora di più a cuore, in cui ci sentiamo necessariamente legati a un popolo che combatte per il bene, per la verità, per la luce. Nel mondo religioso della Bibbia “sfraghis” era il segno di liberazione: sulle porte delle case degli Ebrei, schiavi in Egitto, Dio aveva ordinato di fare un segno, uno “sfraghis” col sangue dell’agnello; così l’angelo sterminatore, passando e vedendo quel segno, risparmiò e libererò gli abitanti di quelle case. Tutti i cresimati hanno impresso sulla loro carne un segno fatto dal Vescovo per indicare ciò che Dio opera, sigillo-sfraghis cioè appartenenza a Dio, riconoscimento da parte di Dio e degli altri, liberazione che Dio opera. Non stiamo parlando di un sigillo che lascia una traccia materiale esterna, lavabile con acqua e sapone, ma di qualcosa di profondo che cambia l’interno della persona, pone nel cuore una presenza interiore, reale che determina un cambiamento e un rapporto nuovo: non è più di buon vicinato, neppure di generica conoscenza, ma si instaura una amicizia radicale, che diviene testimonianza con la santità della vita, perché avviene un fatto nuovo. Possiamo e dobbiamo essere santi, perché ci è capitato qualcosa che non possiamo nascondere. È come quando tra due persone scatta l’amore: tra i due avviene un fatto nuovo che determina un animo nuovo, un rapporto nuovo, un vincolo nuovo, una prospettiva nuova, un destino nuovo tra i due. Cambia la dimensione della persona. Siamo fatti per diventare santi, poiché nella Cresima, attraverso il sigillo-sfraghis, si è verificato un avvenimento che ha stabilito una appartenenza nuova con un Altro, un riconoscimento come rapporto e vincolo nuovo con un Altro, una liberazione come uscita dalla solitudine e realizzazione di una prospettiva e di un destino nuovo con un Altro, come diceva il libro dell’Apocalisse. Non siamo più esseri umani qualsiasi, perché lo Spirito Santo fa di noi la Chiesa di Gesù Cristo. E distribuendo a ciascuno doni e grazie speciali, ci rende testimoni, pronti e adatti a compiere i vari servizi ed uffici nella Chiesa. Di chi stiamo parlando, allora? Di noi! E chi sono questi protagonisti della visione apocalittica? Sono i 144.000, i 12 x 12 x 1.000, cioè un numero perfetto ed incalcolabile, la sui testimonianza non è indolore, sono gli amici della croce, perché amici di Cristo, «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello», ci ha ricordato l’Apocalisse. Andate a chiederlo a quelle tre persone che qualche giorno fa sono stata barbaramente ammazzate nella basilica di Notre- Dame de l’Assomption a Nizza: hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello. I frutti del melograno, che oggi adornano gli altari, ricordano la verità di quanto sosteneva un antico Padre della Chiesa, Tertulliano: “Sanguis martyrum semen christianorum”.

 

Figliolanza

            Seconda icona: S. Giovanni ci ha raccontato molto bene, oggi, la nostra condizione di santi in quanto figli, e non per un colpo di fortuna, ma perché “quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!”. Non è una condizione da conquistare, è un già ricevuto in dono. E la fatica che facciamo ad essere grati di questo, è perché “il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui”. Se non facciamo esperienza di conoscenza, di relazione, di amicizia, di familiarità con Dio, è chiaro che di Lui ne facciamo volentieri a meno. Quanti cristiani oggi non sanno più che esiste Dio, che esiste una Chiesa, che esiste una fede. Ma perché non l’hanno mai conosciuto il Signore, l’hanno sempre vissuto come un francobollo appiccicato, senza mai un contatto, senza mai un’amicizia vera. Ma quando abbiamo iniziato a scoprire la grazia e la bellezza dell’essere figli e del vivere da santi, allora non se ne può più fare a meno. E c’è un di più che è totalmente inimmaginabile: “ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”, dice Giovanni. Facciamo galoppare la fantasia, ma, soprattutto, facciamo in modo che la figliolanza di Dio sia la nostra identità profonda, la nostra condizione naturale, la nostra dignità che portiamo con orgoglio e col desiderio di comunicarla e di condividerla.

Beatitudine

            La terza icona che caratterizza questa festa è la “beatitudine”, poiché ogni anno meditiamo questa mirabile pagina di Matteo. Quando sei santo? Rileggi le beatitudini! Quando in un mondo di persone piene di sé, arroganti e supponenti, tu mostri uno spirito povero, umile e semplice, disposto a farsi schiacciare, piuttosto che a schiacciare qualcuno. Santo quando in un mondo che ha come unico scopo il benessere, il divertimento, lo sballo, tu evidenzi come nel dolore e nella sofferenza trovi una scuola di amore e di consolazione. Santo quando in un mondo che sembra fatto solo per i super uomini, appariscenti e sempre a caccia di “mi piace” sui social (posso dirlo? Poveri sventurati quelli che vivono di “mi piace” sui social, sventurati), tu scegli la mitezza, la mansuetudine, la semplicità di cuore, preferendo piacere a Dio che agli uomini. Santo quando in un mondo dove persino nei tribunali si osa più scrivere che la giustizia è uguale per tutti, tu avverti in te questa fame e questa sete, ed eserciti la giustizia tanto di fronte a Dio quanto di fronte agli uomini. Santo quando in un mondo dove è così naturale legarsela al dito, non dimenticare mai nulla per trovare la prima occasione per vendicarsi, tu sei un ricercatore della misericordia di Dio ed un cultore della misericordia verso gli altri, sapendo di restituire quanto abbondantemente hai ricevuto dal cielo. Santo quando in un mondo devastato ed ubriaco di volgarità, di trasgressione, di bestialità, hai ancora il coraggio di pronunciare la parola purezza, e di costruirla quando pensi, quando parli, quando agisci, quando ti relazioni alle persone che non sono cose, ma immagine e somiglianza del Creatore. Santo quando in un mondo dove le relazioni sono scandite dalla violenza, dalla prevaricazione, dall’odio, e – quando va bene – dal menefreghismo, tu ti consideri un artigiano della pace, e lavori metodicamente per “portare pace dove vi è inquietudine, e inquietudine dove vi è troppa pace” (come direbbe Don Primo Mazzolari). Santo quando in un mondo che celebra ed esalta i cattivi maestri e fa tesoro degli esempi più negativi, arrivando a perseguitare che crede il bene e fa il bene, tu accetti la sfida, sapendo che la persecuzione ed il martirio ti identifica più di ogni altra cosa al tuo maestro e Signore. Santo quando, addirittura nel contesto occidentale si arriva a parlare di cristianofobia e a subire umilianti vessazioni, a manifestarsi discepoli di Cristo, tu accetti di portare la croce con Lui e di pagare sulla tua pelle il prezzo dell’iniquità. Ecco in queste circostanze sei santo, ed il Signore Gesù non ti dice “poverino”, ma ti proclama “beato” davanti al mondo, e ti incorona di vittoria. “Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”.

 

Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.

Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe. Vorrei presentare me stesso e tutti voi, specialmente i giovani, a Cristo, stamattina, con le parole del salmo, ed assicurare il Signore che, pur vivendo in un mondo ed in un tempo dove tutto tenta di distoglierci da Lui, e di separarci da Lui, costruendo così la nostra rovina e la nostra disperazione, vi è ancora un grande segno di speranza, perché non si è ancora spenta “la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe”. Ne abbiamo avuto la riprova qualche giorno fa quando la Chiesa ha proclamato beato un ragazzo di nome Carlo Acutis, 15 anni, appassionato di computer e di sport, ma soprattutto appassionato di Gesù Cristo. Beato lui, per avere fatto questa felice scoperta, beati noi se sapremo imitarlo nella ricerca e nella amicizia con il Signore Gesù Cristo, coscienti che “tutti nasciamo originali, e che molti muoiono fotocopie” – lo diceva un ragazzo di 15 anni –, e che noi non accetteremo mai di essere duplicati sbiaditi, ma faremo di tutto per essere testimoni, figli, beati, santi, per avere cercato e trovato il volto di Dio.